Se stai pensando al Cammino, c'è una domanda che probabilmente ti gira in testa più di tutte, e non è "quanti giorni servono" o "cosa metto nello zaino". È quella che non osi fare ad alta voce: ce la faccio? Quanti chilometri al giorno bisogna reggere, e il mio corpo (questo corpo qui, che non cammina mai) li reggerà?
Ti rispondo con i numeri e con la mia esperienza. E ti anticipo la risposta alla domanda nascosta: sì, ce la fai. Te lo dice uno che è partito con tre uscite di allenamento in croce.
Il ritmo: quanti km al giorno si fanno davvero
Il numero di riferimento lo conosci se hai letto il mio articolo su quanti giorni servono per il Cammino: 20-25 km al giorno è il ritmo giusto per la maggior parte delle persone. Venti chilometri sono fattibili anche senza allenamento, ti lasciano il fisico intero per il giorno dopo e, soprattutto, ti lasciano il tempo di vivere: arrivi presto, trovi posto in albergue, fai il bucato, giri il paese, ceni con calma.
Ma questo è il numero a regime. La verità che nessuno ti dice è che il Cammino non è uguale tutti i giorni, e nemmeno tu. Se vuoi vedere quanto varia davvero, ho pubblicato i chilometri di tutte e 23 le mie tappe, una per una: si passa da giornate da 22 km a giornate da 53, e non perché l'avessi pianificato.
I primi giorni: durissima, e te lo dico senza girarci intorno
Se parti senza allenamento, i primi giorni sono durissimi. Non c'è modo gentile di dirlo, e non ti serve che io te lo indori: il corpo non è abituato, lo zaino pesa, i piedi bruciano, e i 20 km che sulla carta sembravano ragionevoli diventano infiniti.
Il consiglio pratico che ti do per quei giorni è uno, e vale oro: parti molto presto. Non perché sia elegante. Perché tanto arriverai tardi comunque. Il tuo ritmo dei primi giorni sarà lento, le pause tante, e se parti alle otto arrivi a pomeriggio inoltrato, col sole peggiore e gli albergue pieni. Se parti all'alba, quel ritmo lento te lo puoi permettere: cammini col fresco, hai margine, e arrivi comunque in tempo per un letto.
E poi succede una cosa che devi sapere, perché è la luce in fondo al tunnel: il corpo si adatta. Verso la fine della prima settimana, quello che il terzo giorno ti sembrava impossibile diventa normale. Il Cammino ti allena mentre lo fai: è l'unico viaggio dove parti fuori forma e arrivi atleta.
Serve allenarsi prima? La prova vivente che no
Te lo dico col mio esempio, che vale più di qualsiasi tabella di allenamento: io sono partito con tre uscite di allenamento. Viviana, la mia compagna di Cammino, è partita dal divano. Zero preparazione. Abbiamo fatto 800 chilometri in 23 giorni.
Quindi no: non serve essere allenati per partire, e la paura di "non essere pronti" non deve fermarti. Siamo la prova vivente che si può fare. Quello che serve non è l'allenamento: è sapere in anticipo che i primi giorni saranno duri (ora lo sai), partire presto, ascoltare i piedi (qui trovi il mio metodo contro le vesciche) e lasciare che sia il Cammino ad allenarti.
Se poi qualche camminata prima di partire riesci a farla, male non fa: le scarpe vanno comunque rodate. Ma non rimandare il Cammino "a quando sarò in forma": è il Cammino che ti ci porta, in forma.
Piatto o salita? La risposta che non ti aspetti
Sulla carta è ovvio: 20 km in piano sono più facili di 20 km di saliscendi. Fisicamente è così, non c'è discussione.
Ma ti dico una cosa che ho capito camminando, e che nessuna guida scrive: il piano è più facile per il corpo e più duro per la testa. In salita il cervello è impegnato (dove metto il piede, il fiato da gestire, la cima da raggiungere): la fatica ha un obiettivo e la mente ha un lavoro. In piano il corpo va da solo, la mente resta disoccupata, ed è lì che partono i pensieri, la noia, il "quanto manca". Il tratto che mi ha messo più in crisi non è stato sui Pirenei: è stato nella pianura infinita della Meseta, dove le gambe andavano e la testa no.
Quindi quando pianifichi le tappe, non contare solo i chilometri e il dislivello: il Cammino si misura anche in impegno mentale, e il piatto costa più di quel che sembra.
Fermarsi o arrivare? La mia filosofia (con un avvertimento)
Io sono uno che alla tappa ci arriva. La mia regola personale era: ci si ferma solo per qualcosa di serio, altrimenti si va all'obiettivo. La testa non molla.
Ma attenzione, perché questa frase da sola può farti male: non mollare sull'obiettivo non significa ignorare il corpo. Anzi, è il contrario: è proprio perché vuoi arrivare in fondo che devi ascoltare i segnali lungo la strada. Io mi fermavo al primo bruciore ai piedi (cinque minuti che salvano la tappa), e quando la caviglia mi ha chiesto pietà dopo la notturna, mi sono preso un pomeriggio in piscina. Fermarsi cinque minuti per un punto caldo, o mezzo pomeriggio per una caviglia, non è mollare: è manutenzione. È quello che ti permette di non mollare.
La distinzione da imparare è tra fastidio e danno: il fastidio si gestisce e si continua; il segnale di danno (un dolore che pulsa e cresce, una fitta che cambia la tua camminata) si rispetta, subito. La grinta va messa nell'arrivare a Santiago, non nel distruggersi per una tappa.
Il mio estremo (e cosa mi è costato)
E visto che parliamo di limiti, ti racconto il mio, così impari dal mio errore invece che dal tuo.
La mia tappa più lunga, senza contare la notturna da 58 chilometri che vale per due giornate, è stata l'ultima: 53 chilometri, tutti d'un fiato, per arrivare a Santiago. La trovi in fondo a tutte e 23 le mie tappe, con i chilometri di ogni giornata. Ce l'ho fatta, il fisico ha retto. Ma vuoi sapere la verità sull'arrivo? Quando sono sbucato davanti alla cattedrale (il momento che avevo camminato ventitré giorni per vivere), ero così stanco che quasi non la vedevo. L'emozione più grande del Cammino, velata dalla fatica. E la sera, invece di festeggiare per le strade di Santiago, ero chiuso in stanza con la febbre da sforzo.
Ottocento chilometri per arrivare lì, e l'ultimo giorno ho rischiato di rovinarmi il traguardo per fare il fenomeno. Se c'è una cosa che vorrei che ti restasse di questo articolo, è questa: arriva a Santiago con le gambe stanche ma con gli occhi aperti. I chilometri in più non li ricorderà nessuno; la cattedrale che ti si apre davanti, quella sì, se sei abbastanza presente per vederla. E se ti stai chiedendo perché uno si mette a camminare ottocento chilometri, la risposta la trovi soprattutto in giornate come quella.
Buen Camino.