Perché si fa il Cammino di Santiago?

Tre pellegrini sorridenti in un selfie durante una tappa del Cammino di Santiago

Fede. Una separazione. Un periodo buio. Curiosità. Uscire dalla comfort zone. C'è chi parte per ritrovarsi e chi per perdersi un po'.

Sul Cammino di Santiago li ho incontrati tutti.

Non esiste una risposta sola, e questa è forse la cosa più bella del Cammino. Ho camminato con persone che partivano per motivi completamente diversi. Ognuna con qualcosa di diverso nello zaino quando è ripartita.

 

La mia risposta

 

Uscivo da una relazione di dieci anni. Avevo lasciato un lavoro. Non era un bel periodo.

Avevo una quindicina di giorni liberi prima di iniziare un nuovo lavoro. Un amico propose la Via di San Francesco. Dissi sì.

Non sapevo cosa aspettarmi. Tornai con qualcosa che non avevo quando ero partito: la voglia di rifarlo.

Tre anni dopo partii per Santiago.

 

Viviana: la studentessa che voleva capire

 

Viviana studiava all'università di Santiago. Spesso leggeva nella piazza dove arrivano i pellegrini, e vedeva quella gente che dopo settimane di cammino entrava lì e si metteva a piangere, ad abbracciarsi, a crollare di sollievo e gioia.

Lei li guardava e pensava: ma che hanno questi?

Decise che per il suo trentesimo compleanno l'avrebbe fatto anche lei. Per capire.

C'era anche un'altra motivazione: Viviana è precisa, ordinata, tutto al suo posto. Il Cammino per lei era anche una sfida con se stessa. Affidarsi al percorso, lasciare andare il controllo.

Il Cammino le ha dato quello di cui aveva bisogno.

Peccato che quello di cui aveva bisogno fossi io: uno che puliva il coltello con l'erba e poi ci tagliava il pane e il salame. Calze che profumavano di avventura. Zaino che sembrava esploso.

L'opposto assoluto di tutto quello che aveva programmato.

Eppure è arrivata a Santiago con me. E siamo ancora amici.

 

Oliver: la maschera da togliere

 

Nelle ultime tappe si è unito a noi Oliver, un ragazzo di Oxford. Avvocato, una di quelle professioni che richiedono una certa maschera, sempre, ovunque. Famiglia con aspettative, lavoro con aspettative, vita con aspettative.

Quando l'abbiamo incontrato era con un gruppo di americani. Li ha lasciati e si è unito a noi. È successo a Pieros, la sera del 20 agosto: nel diario delle mie 23 tappe è la diciottesima, ed eravamo a tavola in sette.

All'inizio era posato, misurato. Diverso da noi che eravamo un po' casinisti, rumorosi, senza cerimonie. Poi piano piano si è sciolto: ha iniziato a ridere, a scherzare, a essere semplicemente se stesso.

Dopo quattro o cinque giorni insieme gli abbiamo chiesto: come mai sei venuto con noi?

Ci ha spiegato che con il lavoro che faceva, con la famiglia da cui veniva, aveva sempre dovuto mantenere una certa immagine. Con gli americani stava facendo la stessa cosa: parlavano di affari, di soldi, delle solite robe. Con noi, per la prima volta nella vita, si era sentito libero di togliersi quella maschera.

Quel momento è stato toccante. Uno di quelli che tuttora non dimentico.

Con Oliver non riuscivo a comunicare direttamente: non sapevo l'inglese, e Viviana per tutto il cammino aveva fatto la traduttrice in simultanea, povera lei. Quando ci siamo salutati a Santiago (lui è proseguito verso Finisterre con Viviana), gli ho fatto una promessa: la prossima volta che ci saremmo visti, avrei detto qualche frase in inglese.

Qualche mese dopo andai a Londra, in quel viaggio da solo negli ostelli. Ci siamo incontrati.

Siamo riusciti a comunicare un pochino direttamente per la prima volta.

Ci siamo capiti: poco, ma ci siamo capiti. Dopo un intero cammino con Viviana come traduttrice, riuscire a dirgli qualcosa direttamente, guardandolo negli occhi, è stato qualcosa di difficile da spiegare.

A entrambi è scappata una lacrimuccia.

Una delle poche promesse che in quel periodo della mia vita sono riuscito davvero a mantenere. E forse per questo valeva doppio.

 

Gli altri: c'è un po' di tutto

 

Poi c'è tutto il resto.

C'era un uomo che camminava per fede: ogni tappa per lui era preghiera, ogni chilometro un atto di devozione.

C'era una ragazza che era partita il giorno dopo aver chiuso una storia importante. Camminava veloce, come per lasciarsi qualcosa alle spalle, e piano piano ha rallentato.

C'erano persone in periodi bui, che non sapevano bene cosa cercavano ma sapevano che ferme non potevano stare.

E c'era chi era lì semplicemente per divertirsi: per l'avventura, i paesaggi, le risate negli ostelli la sera.

Nessuna motivazione è più giusta delle altre. Il Cammino non chiede il perché: accoglie tutti. Le storie che mi sono rimaste addosso, quelle che in una guida non ci starebbero, le tengo tutte insieme nei racconti.

 

Quello che ho capito

 

Non importa perché parti. Importa che tu parta.

Perché il Cammino ha questa caratteristica strana: ti dà quello di cui hai bisogno, non necessariamente quello che pensavi di cercare. Viviana voleva capire i pellegrini che piangevano. Oliver voleva togliersi la maschera. Io volevo smettere di stare fermo.

Ci siamo riusciti tutti. In modi diversi. Con tempistiche diverse.

Ma ci siamo riusciti tutti.

E se te lo stai chiedendo: il momento in cui ho capito il mio perché non è stato l'arrivo a Santiago. È stato un mucchio di sassi in cima ai Monti di León, dove ho lasciato una pietra con una dedica per un amico e ho pianto tantissimo. L'ho raccontato nella diciassettesima delle mie 23 tappe.

 

E tu, perché vuoi partire?

 

Non devi avere una risposta precisa. Non devi avere una motivazione nobile o una crisi da risolvere.

Basta avere la sensazione che sia il momento. Quella voce piccola che dice che è ora. E se ti stai già chiedendo in che periodo dell'anno partire, vuol dire che quella voce l'hai già sentita.

Ascoltala.