La Meseta: il tratto del Cammino che ti mette alla prova (e la notte in cui l'abbiamo attraversata)

Gruppo di pellegrini in pausa sotto un portico durante una tappa del Cammino

 

C'è un tratto del Cammino Francese di cui tutti ti parlano con un mezzo sospiro: la Meseta. L'altopiano tra Burgos e León: giorni di pianura, campi di grano a perdita d'occhio, niente ombra, paesi lontani tra loro. C'è chi la chiama il tratto più noioso del Cammino, e chi la salta direttamente prendendo un bus. Io ci sono andato in crisi, ci ho camminato una notte intera, e oggi ti racconto com'è davvero.

 

La crisi che non ti aspetti

 

Te lo dico subito, senza girarci intorno: nella Meseta sono andato in crisi. Ma non per il motivo che pensi.

Non è stato il caldo (che pure c'era, era agosto e picchiava forte). È stata la testa. Ero arrivato lì con l'aspettativa dei paesaggi che si vedono nelle foto: quelle distese dorate, quei cieli enormi. E per carità, c'erano. Ma quello che le foto non ti dicono è che è tutto piano, tutto uguale, e sembra non finire mai. Cammini per ore e l'orizzonte non cambia. Il paese che vedi in fondo non si avvicina. Dopo giorni di Pirenei e colline, la Meseta ti toglie la cosa che senza accorgertene ti teneva in piedi: la sensazione di avanzare.

È lì che ho capito una cosa che poi mi sono portato dietro per tutto il Cammino: la Meseta non si supera con le gambe. Si supera con la testa. Le gambe ce le hai, ormai sono rodate. È la mente che deve trovare un motivo per il prossimo passo quando davanti hai il nulla, uguale a ieri, uguale a domani.

 

L'idea: una notturna

 

E noi, la testa, l'abbiamo usata a modo nostro.

Io e Viviana ce l'eravamo messa in testa già in albergue: volevamo fare una notturna. Attraversare la Meseta col buio e col fresco, invece che sotto il sole d'agosto. Eravamo arrivati a Burgos presto, quel giorno, con un caldo assurdo, e l'idea ci sembrava sempre più sensata.

Così abbiamo cominciato a spargere la voce tra i pellegrini. Il primo a unirsi si chiamava José. E per fortuna, perché era l'unico veramente attrezzato del gruppo, uno di quelli col fornellino nello zaino. Poi altri. Alla fine eravamo un gruppo vero, nato in un pomeriggio, e ci siamo dati appuntamento in centro la sera. Due drink per darci coraggio, e siamo partiti nel buio.

 

La notte più dura del mio Cammino

 

Te la faccio breve: è stata la tappa più dura di tutto il mio Cammino. E l'avevamo scelta noi.

La prima cosa che nessuno ti dice della Meseta è che di notte fa freddo. Sul serio. Di giorno cuoci a 35 gradi, ma l'escursione termica là in mezzo è forte, e nel cuore della notte camminavamo infreddoliti. In agosto, nel tratto più torrido di Spagna. Se un giorno farai una notturna, ricordati questa riga: vestiti come per una notte in montagna, non come per l'estate spagnola.

A un certo punto, distrutti, ci siamo fermati nel buio. E lì è successa una di quelle cose che sono il Cammino: José ha tirato fuori il suo fornellino e ha fatto il tè caldo per tutti. Un gruppo di sconosciuti, messi insieme un pomeriggio a Burgos, seduti al buio in mezzo al niente, con le mani intorno a una tazza fumante. Ci eravamo conosciuti dodici ore prima. Sembrava una famiglia.

Poi si è fatto giorno, da qualche parte. Non chiedermi com'era l'alba sulla Meseta: ero così sfinito che di quell'alba non mi è rimasto niente. La stanchezza, a un certo livello, cancella anche i ricordi.

Siamo arrivati a Castrojeriz la mattina, dopo quasi quaranta chilometri da Burgos, che nelle mie gambe erano tranquillamente più di cinquanta. Per capirci: Burgos-Castrojeriz è la tappa che le guide consigliano di dividere in due giorni. Noi l'avevamo fatta in una notte sola. Da morti, ma l'avevamo fatta.

Nel racconto di tutte e 23 le mie tappe quella notte occupa due caselle invece di una: contando da Agés, dove eravamo partiti la mattina prima, sono 58 chilometri di fila, ed è l'unica volta in ventitré giorni in cui non mi sono fermato a dormire.

 

Due giorni dopo: la piscina

 

La notturna però mi ha presentato il conto: la caviglia dolorante, un fastidio che conoscevo e che col carico di quei chilometri si era svegliato. Il giorno dopo abbiamo comunque tirato quarantaquattro chilometri, senza aver imparato niente. Il conto vero l'ho pagato quello dopo ancora.

E qui la Meseta mi ha insegnato la seconda lezione, opposta alla prima: sul Cammino ci si può anche fermare. Quel giorno abbiamo fatto solo ventitré chilometri, abbiamo trovato una piscina, e Viviana ha deciso di fermarsi con me. Un pomeriggio intero di acqua, ombra e niente. In mezzo al tratto più duro del Cammino, il ricordo più simile a una vacanza di tutto il viaggio.

Non è un controsenso: è la stessa lezione vista dai due lati. La Meseta ti chiede di usare la testa, e usare la testa a volte vuol dire inventarsi una notturna, a volte vuol dire ascoltare una caviglia che chiede pietà e regalarsi una piscina. Il Cammino non è una tabella di marcia. Chi lo vive come una tabella di marcia se lo perde.

 

Sul saltarla col bus: te lo dico come la penso

 

C'è chi la Meseta la salta: bus da Burgos a León, e via, dritti alla parte "bella". È una pratica talmente diffusa che se ne parla in ogni guida.

Ti dico onestamente come la vedo io: a me quell'ipotesi non è mai passata nemmeno nell'anticamera del cervello. Non per eroismo. Per una questione più semplice: il Cammino è un percorso intero, e ha un senso perché è intero. Il bello, il brutto, il tratto che ti esalta e quello che ti mette in crisi. Se inizi a scegliere i pezzi come da un menù (questo lo faccio, questo lo salto, qui prendo il bus), non stai più facendo il Cammino: stai facendo una vacanza itinerante lungo il Cammino. Legittima, ma un'altra cosa.

E c'è il paradosso che ho capito solo dopo: proprio la Meseta, il tratto che molti vorrebbero saltare, è quello dove il Cammino mi è entrato dentro. È lì che non c'è niente a distrarti: non la bellezza dei Pirenei, non l'arrivo vicino della Galizia. Resti tu, i tuoi passi e la tua testa. È lì che i pensieri vengono a galla e le conversazioni si fanno vere. Ed è lì che sono nate le cose che ricordo con più affetto: la notturna, José e il suo tè, la piscina. Tutto nel tratto "da saltare". Se ti stai chiedendo perché la gente parte davvero, la risposta spesso salta fuori proprio qui.

Chi prende quel bus arriva comunque a Santiago. Ma arriva con un buco in mezzo al viaggio. E secondo me, senza saperlo, ha saltato proprio l'esame che il Cammino gli aveva preparato.

 

I consigli pratici, da chi c'è passato

 

Acqua, sempre. I paesi sono più distanti che altrove e l'ombra non esiste: parti da ogni fontana col pieno. Vale la pena rivedere cosa tieni nello zaino prima di entrare nell'altopiano.

Parti all'alba, nella Meseta più che in qualsiasi altro tratto. Le ore di mezzogiorno lì sono cattive.

Il cappello non è un optional. Ore e ore di sole diretto, senza un albero.

Se fai una notturna: copriti. L'escursione termica è forte, di notte fa freddo anche in piena estate. E falla in gruppo, non da solo.

Prepara la testa, non solo le gambe. Sapere in anticipo che sarà piatta, uguale e lunga cambia tutto: non è una sorpresa, è il gioco. La Meseta delude solo chi si aspettava le foto.

La Meseta è il tratto che vorresti saltare prima di partire e quello che ti ritrovi a raccontare più spesso quando torni. Fidati di uno che ci ha lasciato una caviglia e ci ha guadagnato una delle notti più belle della sua vita.

Buen Camino.